Salmoni italiani, perché no? La sfida (vinta) della famiglia Zobec

Acquacoltura Giovane

Cosa fare dell’acqua del torrente Rosandra che scorre nell’omonima valle? Questa la domanda che si pose, nel 1984, la famiglia Zobec. La risposta non tardò ad arrivare: impianto di acquacoltura dedicato all’allevamento della trota marmorata. Da allora, a Bagnoli della Rosandra, in provincia di Trieste, le cose sono cambiate, così come le persone. A guidare l’azienda di famiglia ora è la seconda generazione e oltre all’impianto originario l’attività si è estesa anche all’agriturismo, alla produzione di birra artigianale e alla commercializzazione dei prodotti ittici. Insomma, un vero esempio di “evoluzione d’impresa”.

«Dopo gli studi come ingegnere meccanico sono entrato nell’azienda di famiglia dove mi occupo principalmente dell’allevamento, mentre mio fratello porta avanti l’attività di lavorazione e accoglienza. Dal 2000 alleviamo solo salmoni per un totale di 6-7 tonnellate annue che, nel 90% dei casi, vengono commercializzate direttamente da noi attraverso il nostro spaccio aziendale mentre la restante quota finisce nei piatti dell’agriturismo», racconta Ludvick Zobec, classe 1991.

Un circolo virtuoso che ruota attorno a una specie solitamente associata alle produzioni del Nord Europa. «La scelta di orientare la nostra attività sul salmone è nata inizialmente come una sfida per differenziarci sul mercato. A distanza di tempo, direi che ha pagato. Se, negli ultimi 20 anni, la produzione di salmone è stata appannaggio delle grandi imprese, con conseguenti ricadute in termini di svalutazione della materia prima, nell’ultimo periodo qualcosa è cambiato. I clienti ora cercano prodotti locali, di qualità e sostenibili questo anche a costo di spendere qualcosa di più: e noi siamo un interlocutore privilegiato», rivela Zobec. Nella rivendita di Bagnoli, infatti, il prezzo del prodotto fresco si aggira sui 20 euro al kg. Mentre per chi cerca un’esperienza placée, al ristorante dell’agriturismo si può gustare l’inedito abbinamento con la birra di produzione propria, «così da accompagnare nel migliore dei modi la degustazione del pesce senza coprirne il sapore». Oltre alla diversificazione d’impresa, l’altra grande forza dell’azienda è quella di poter contare su una filiera corta, controllata e quasi a circuito chiuso: «Dalle uova all’avannotteria fino alle vasche di accrescimento ci facciamo tutto in casa. Saltuariamente, per una questione di ricambio genetico, ci facciamo spedire alcune partite di uova dal Nord Europa, ed è proprio la cura del dettaglio, l’attenzione al piccolo particolare che fa la differenza nel nostro settore. Un esempio? Tutte le nostre vasche sono coperte perché, soprattutto nei suoi primi anni di vita, il salmone soffre il sole e le alte temperature delle nostre latitudini. Serve un po’ di tempo e le giuste accortezze perché si adatti», aggiunge il giovane piscicoltore.

E pure l’acqua giusta fa la differenza. «Su questo siamo fortunati: l’impianto di Bagnoli è situato nei pressi di una risorgiva la cui acqua viene intercettata già nel sottosuolo e vede la prima luce nelle nostre vasche. Si tratta di acqua purissima, autorizzata anche per il consumo umano tanto che con la stessa ci facciamo pure le nostre birre. Schema simile si ripete anche nel nostro secondo impianto di San Giovanni di Duino, presso le sorgenti del fiume Timavo, una zona molto ricca di risorse idriche. Il risultato è che in quasi 40 anni di attività non abbiamo mai registrato alcuna anomalia nei nostri pesci, né abbiamo utilizzato antibiotici o vaccini», spiega Zobec. Peculiarità che, tuttavia, sono anche un limite: attualmente, per evitare qualsiasi tipo di contaminazione, sono state interrotte le visite guidate agli impianti «ma abbiamo un progetto nel cassetto per rilanciare anche questa attività».

Prospettive che danno l’idea delle possibilità insite nel settore dell’acquacoltura e che potrebbero attirare e far gola a giovani professionisti che vogliono mettersi in gioco: «Spesso mi sono chiesto: “E se l’acquacoltura non mi fosse piaciuta? Cosa avrei fatto?”. Così non è stato, anzi. Qui le possibilità di provarci sono concrete. Faccio un esempio: le migliorie tecnologiche, molte innovazioni sono nate in casa, dopo qualche esperimento e altrettanti errori. Il risultato raggiunto però ci rende orgogliosi e pure un po’ gelosi delle nostre invenzioni. Poi c’è la questione del cambiamento climatico: non penso ci siano molti altri settori in cui si può dare il proprio contributo per trovare i rimedi e le pratiche giuste per far fronte a quello che ci aspetta. Su questo anche le istituzioni dovrebbero riflettere così da mettere in campo i giusti investimenti per supportare l’occupazione in acquacoltura», conclude Zobec.

Foto Copertina @Ludvik Zobec

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